WASHINGTON DC – La Corte Suprema degli Stati Uniti rafforza il potere del presidente Donald Trump sulle agenzie federali indipendenti, ma stabilisce un limite preciso per la Federal Reserve. Con una decisione destinata a influenzare il futuro equilibrio tra Casa Bianca, amministrazione federale e istituzioni autonome, i giudici hanno stabilito che il presidente può rimuovere più facilmente i vertici di molte agenzie, superando le restrizioni che per decenni avevano protetto alcuni funzionari.
La pronuncia rappresenta una vittoria politica e istituzionale per Trump, che da tempo sostiene la necessità di un maggiore controllo presidenziale sul ramo esecutivo. La Corte ha però deciso di non consentire, almeno per ora, la rimozione della governatrice della Fed Lisa Cook, che potrà rimanere al suo posto mentre continua il procedimento giudiziario.
Il caso ha assunto un significato ancora più ampio perché coinvolge l’indipendenza della banca centrale americana, un tema centrale per la stabilità economica degli Stati Uniti e dei mercati internazionali.
La Corte amplia i poteri del presidente sulle agenzie federali
La maggioranza dei giudici ha stabilito che il presidente degli Stati Uniti deve avere un’ampia capacità di scelta sui responsabili delle strutture che fanno parte dell’apparato amministrativo federale. La sentenza modifica l’impostazione introdotta nel 1935 con il caso Humphrey’s Executor, una decisione che aveva limitato il potere della Casa Bianca di rimuovere liberamente i dirigenti delle agenzie indipendenti.
Secondo la nuova interpretazione della Corte, il presidente può esercitare un controllo più diretto sui vertici delle istituzioni che applicano le politiche dell’amministrazione. Il principio stabilito dai giudici potrebbe avere conseguenze su diversi organismi federali, tra cui il National Labor Relations Board, il Merit Systems Protection Board e la Consumer Product Safety Commission. La vicenda nasce dal caso riguardante Rebecca Slaughter, ex componente della Federal Trade Commission, rimossa dall’amministrazione Trump. La decisione ha però esteso il suo impatto a un dibattito più generale sul ruolo e sull’autonomia delle agenzie federali.
Il caso Lisa Cook: “Non riguardava documenti ipotecari, ma pressione politica”
La questione più delicata riguarda la Federal Reserve e la posizione della governatrice Lisa Cook, nominata durante l’amministrazione Biden. Trump aveva annunciato la sua rimozione contestando alcune operazioni legate a documenti ipotecari firmati nel 2021, sostenendo che vi fossero elementi riconducibili a una possibile frode. Cook ha respinto le accuse e ha portato il caso davanti ai tribunali per difendere il proprio incarico.
Dopo la decisione della Corte Suprema, la governatrice ha accusato l’amministrazione di aver utilizzato quelle contestazioni come un pretesto per esercitare pressione sulla banca centrale. In una dichiarazione scritta, Cook ha affermato che il tentativo di rimozione “non riguardava mai documenti ipotecari firmati anni fa”, ma sarebbe stato “un tentativo di rimuovermi con un pretesto fabbricato perché mi sono rifiutata di piegarmi alla pressione politica”.
Il riferimento è alla lunga disputa tra Trump e la Federal Reserve sui tassi di interesse. Il presidente ha più volte criticato le scelte della banca centrale, chiedendo una politica monetaria più favorevole alla riduzione del costo del denaro. Cook ha invece sottolineato che la decisione della Corte conferma un principio fondamentale: la Fed deve poter agire sulla base di analisi economiche, dati e valutazioni indipendenti, senza interferenze politiche.
La Federal Reserve mantiene una protezione speciale
Pur ampliando i poteri presidenziali, la Corte Suprema ha riconosciuto una particolare tutela per la banca centrale americana. La Federal Reserve occupa infatti una posizione diversa rispetto alle altre agenzie perché controlla strumenti fondamentali come la politica monetaria, i tassi di interesse e l’equilibrio finanziario nazionale.
Per i giudici, l’indipendenza della Fed rappresenta un elemento essenziale per garantire credibilità economica e stabilità dei mercati. La decisione consente quindi a Trump di rafforzare il controllo su molte strutture federali, ma lascia aperto il tema del rapporto tra presidenza e banca centrale.
Trump celebra la sentenza e rilancia lo scontro politico
Il presidente ha accolto la decisione della Corte Suprema come una delle più importanti vittorie sul tema dei poteri presidenziali. Trump ha definito la sentenza una svolta storica, sostenendo che restituisca alla Casa Bianca maggiore capacità di indirizzo sull’amministrazione federale.
Lo scontro con le istituzioni indipendenti resta però aperto. Parallelamente alla vicenda sulla Fed, il presidente ha rilanciato anche la battaglia politica sul suo progetto di riforma elettorale. Dopo un’altra decisione della Corte riguardante il conteggio di alcune schede elettorali inviate per posta oltre il giorno delle elezioni ma con timbro postale valido, Trump ha attaccato il verdetto definendolo una “grande perdita”.
Il presidente ha quindi chiesto nuovo sostegno per il SAVE America Act, una proposta che introdurrebbe l’obbligo di prova della cittadinanza per votare alle elezioni federali e limiterebbe l’uso del voto per corrispondenza. Trump ha sostenuto che l’opposizione alla misura avrebbe un’unica motivazione, accusando i contrari di voler favorire possibili irregolarità elettorali. Ha inoltre criticato alcuni senatori repubblicani che non hanno sostenuto il provvedimento, tra cui Lisa Murkowski, Susan Collins, Thom Tillis, Bill Cassidy e Mitch McConnell.
La Corte respinge la causa di Alan Dershowitz contro la CNN
Nella stessa giornata la Corte Suprema ha inoltre deciso su un altro caso di grande interesse pubblico, respingendo il tentativo dell’avvocato Alan Dershowitz di riaprire una causa per diffamazione da 300 milioni di dollari contro la CNN. La controversia nasceva da alcune dichiarazioni dell’avvocato durante il procedimento di impeachment contro Trump nel 2020.
Dershowitz sosteneva che la rete televisiva avesse modificato il significato delle sue parole attraverso una selezione parziale dei suoi commenti, mentre la CNN ha difeso la propria copertura giornalistica sostenendo che l’interpretazione fosse condivisa anche da altri media. La Corte ha deciso di non intervenire, lasciando in vigore le precedenti decisioni favorevoli all’emittente.
Il dibattito sulla libertà di stampa negli Stati Uniti
Il caso ha riaperto il confronto sul rapporto tra media, politica e libertà di espressione negli Stati Uniti. Dershowitz aveva chiesto ai giudici di rivedere il precedente New York Times contro Sullivan, una delle sentenze più importanti del diritto americano sulla diffamazione. Quel principio stabilisce che un personaggio pubblico deve dimostrare non solo che una notizia sia falsa, ma anche che il mezzo di informazione abbia agito con consapevole disprezzo per la verità.
I giudici Neil Gorsuch e Clarence Thomas hanno espresso dissenso, sostenendo che gli attuali criteri sulla diffamazione dovrebbero essere rivalutati. Le decisioni della Corte Suprema segnano così una giornata destinata a pesare sul futuro degli Stati Uniti: più potere alla presidenza, ma con un limite rappresentato dall’indipendenza della Federal Reserve e dal ruolo delle istituzioni costituzionali.

