Articolo scritto per Italynews in data 26 Aprile 2026
WASHINGTON DC – Doveva essere una serata simbolo del rapporto tra politica e stampa negli Stati Uniti, uno degli appuntamenti più prestigiosi e blindati del calendario istituzionale americano. La tradizionale cena dei corrispondenti della Casa Bianca, con circa 2600 invitati tra giornalisti, membri dell’amministrazione e ospiti internazionali, ma in pochi istanti si è trasformata in una scena di paura dopo una sparatoria avvenuta a ridosso della ballroom del Washington Hilton, costringendo all’evacuazione il presidente Donald Trump e i vertici presenti. A raccontare quei momenti sono le testimonianze dirette di chi si trovava all’interno della sala.
I primi colpi e il riflesso immediato di mettersi al riparo
Tra i presenti, Viviana Mazza del Corriere della Sera si trovava in fondo alla sala, ma questo non ha attutito la percezione del pericolo: “Ero al tavolo 76 con altri colleghi e ad un certo punto abbiamo sentito questi colpi. Noi eravamo in fondo alla sala e abbiamo sentito abbastanza bene il rumore”. L’incertezza iniziale ha lasciato spazio a una reazione istintiva: “Tutti ci siamo abbassati perché non sapevamo cosa stesse succedendo, ma ovviamente c’era il timore che si trattasse di un attentatore”.
Il fatto che l’uomo sia stato fermato prima di entrare nella sala ha evitato conseguenze peggiori: “Per fortuna è stato fermato prima dell’ingresso e quindi fuori dalla sala in cui ci trovavamo noi”, ha aggiunto.
Tra paura e istinto professionale: “Abbiamo iniziato a filmare”
Un elemento peculiare della scena è stato il comportamento dei presenti, in gran parte giornalisti: “Essendo la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca la stragrande maggioranza delle persone presenti erano giornalisti e quindi l’istinto generale è stato anche quello di filmare e raccontare quello che stava succedendo”. Mazza racconta come la reazione sia stata duplice: proteggersi e documentare: “Io e anche altri intorno a me abbiamo iniziato a filmare”.
L’irruzione degli agenti e l’evacuazione dei leader
Nel giro di pochi istanti, la sala è stata attraversata da movimenti frenetici delle forze di sicurezza: “Trump, Vance e Melania erano sul palco e sono stati portati via dal retro”, mentre “tantissimi agenti dei servizi segreti hanno iniziato a muoversi tra i tavoli, saltando e scavalcando le sedie per andare a recuperare i ministri che erano seduti in sala e scortarli fuori”.
La rapidità dell’intervento ha contribuito a cambiare la percezione della situazione: “Nel momento in cui sono stati scortati fuori la sensazione era che la minaccia fosse stata neutralizzata”, anche perché, sottolinea Mazza, “li hanno portati via nella direzione in cui noi abbiamo sentito gli spari”.
Dalla sala alla Casa Bianca: il passaggio alla conferenza stampa
Pochi minuti dopo è arrivata una comunicazione inattesa: “Ci è stato detto che il Presidente farà il briefing alla Casa Bianca in trenta minuti”. Da quel momento è iniziata una corsa contro il tempo: “Io avevo con me il pass e quindi sono andata dritta alla Casa Bianca. Tutto intorno era bloccato e quindi per trovare il taxi ci voleva un po’”.
La scena nella briefing room è apparsa insolita: “La briefing room era poco affollata perché molti non avevano con sé il pass e non hanno avuto il tempo di organizzarsi”, con un dettaglio significativo: “C’erano tutti i giornalisti vestiti con abiti eleganti da cena”. E lì, conclude, “abbiamo assistito a questa conferenza stampa in cui c’era Trump circondato dai suoi ministri”.
“Momenti concitati e grande confusione”
Anche Daniele Compatangelo di La7 conferma il clima di disorientamento iniziale: “C’era una gran confusione, erano momenti molto concitati”. Il trasferimento alla Casa Bianca non ha semplificato la situazione: “Subito dopo siamo andati alla Casa Bianca per la conferenza. Alcuni non avevano l’accredito per entrare e quindi c’era una coda enorme”.
Un elemento che ha inciso anche sulla partecipazione: “Nonostante questo la sala stampa non era pienissima come accade di solito”. Compatangelo sottolinea inoltre come nei primi minuti mancassero informazioni chiare: “All’inizio non si capiva davvero cosa era successo”, per poi sollevare un interrogativo sulla sicurezza: “C’è da chiedersi come mai non fanno gli screening. Io sono stato tanti anni alla cena e gli screening li fanno solamente poco prima di entrare nella ball room e questo non va bene”.
Il rischio di una tragedia: “Poteva essere una strage”
Ancora più netto il giudizio di Iacopo Luzi, de La Stampa e Skytg24: “Se l’attentatore fosse stato un individuo più organizzato sarebbe potuta essere una strage”. Il giornalista descrive un ambiente difficile da gestire in caso di emergenza: “In una sala con oltre duemila persone e poche uscite era difficile andare via”.
Al momento degli spari, la protezione era minima: “Avevo una colonna davanti a me e quindi avevo un po’ di protezione”, ma per molti non era così: “Tutti si sono buttati per terra, chi sotto i tavoli e chi sotto le sedie, ma non c’era una vera protezione”. Luzi ha anche assistito alla fuga di figure istituzionali di primo piano: “Ho visto il direttore dell’FBI Kash Patel e il Segretario del Tesoro Scott Bessent uscire dalla sala terrorizzati”. Una scena che rende bene la percezione del rischio: “È già terrificante il solo pensiero che tutto ciò sia accaduto. In questo caso è andata bene ma poteva andare malissimo”.
Spari a pochi metri e dinamica dell’attacco
Una ricostruzione dettagliata arriva da Alberto Simoni, de La Stampa, che si trovava vicino all’ingresso: “Ero al tavolo 219, attaccato all’ingresso e ho sentito subito uno sparo e qualcuno ha urlato la parola shooting e subito dopo ci sono stati altri tre spari”.
Secondo il suo racconto, i colpi sono stati esplosi molto vicino: “Provenivano dall’esterno della ball room, dove ci sono due rampe di scale che portano a una lobby con due metal detector”, a una distanza stimata di “circa 20 metri da dove eravamo noi”. Non tutti hanno percepito allo stesso modo l’accaduto: “Essendo una sala grande con più di duemila persone, non tutti hanno avuto modo di sentire gli spari allo stesso modo”.
Il panico si è diffuso quando i leader sono stati evacuati: “È scoppiato quando Vance e Trump sono stati portati via dal palco e la sala è stata invasa dagli agenti della sicurezza”. La reazione è stata immediata: “Qualcuno si è buttato sotto un tavolo, altri dietro le sedie. Io mi sono spostato su un pilastro vicino”.
Le falle nella sicurezza e i dubbi sulla prevenzione
Simoni evidenzia criticità significative: “Chiunque poteva entrare all’Hilton e muoversi nelle diverse aree durante la giornata”. Un dettaglio rilevante riguarda la presenza dell’attentatore: “Alloggiava nell’hotel e ha avuto tutto il tempo per girare e avvicinarsi in totale libertà”. Da qui la riflessione più ampia: “Una persona più organizzata avrebbe potuto fare di peggio”, fino a ipotizzare scenari più complessi: “Potevano essere in due o in quattro, agire come un commando invece che come un lupo solitario, così come detto da Trump”.
La valutazione finale è netta: “La reazione tempestiva del Secret Service ha funzionato, mentre la prevenzione no”. Nel complesso, le testimonianze convergono su un punto: l’intervento rapido ha evitato il peggio, ma le vulnerabilità emerse sollevano interrogativi profondi sull’efficacia del sistema di sicurezza in contesti ad altissima esposizione come quello della cena dei corrispondenti della Casa Bianca.

